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Arkè
sono i principi primi che fondano le cose
sia da un punto di vista interno si da
quello cronologico;l’arkè
è l’inzio, la fine, il percorso
e la sostanza della nostra esistenza.
Storicamente si è sempre cercato
ciò, attraverso l’amore per
la sapienza, sia da un punto di vista
fisico e scientifico sia da un punto di
vista metafisico. Ma la domanda che oggi
bisogna farsi è come dare un senso
alle vecchie teorie e come fondarne di
nuove. Essendo in un ambito di specializzazione
del talento personale, come quello musicale
e sonoro, spesso si dimentica l’aspetto
più importante di un lavoro ossia
cosa creare di nuovo e come pensare questo
nuovo. Sentendo e percependo quello che
si produce nel tempo presente si ritrova
spesso l’elemento della “contaminazione”
collegato ad un altro fenomeno sociale
ed economico, ossia quello della globalizzazione.
Da ciò possiamo dedurre facilmente
che il piano sociale o più materialmente
il piano della vita si integra sempre
con quello della creazione artistica e
della sua interpretazione estetica. Il
bello e l’artefatto si connotano
oggi dello sviluppo dei sistemi e dell’avanzare
della tecnologia, della velocità
e della profondità delle nostre
comunicazioni interplanetarie.
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Dal punto di vista musicale è
l’avvento dell’elettronica
mischiata alla sua completa implementazione
e correlazione con l’analogia
del suono rubato e modificato: il suono
digitale non è più creato
ad arte ma diventa il mezzo per far
divenire artefatto e digitale anche
ciò che è prettamente
analogico e quindi anche ciò
che è naturale, sensibile e percepibile.
Tutto si può fare e nel breve
tempo di una registrazione computerizzata.
Che inventare allora di nuovo?. La mia
risposta è: nulla, nulla è
più scopribile della scoperta
stessa aumentata ed in eccedenza distribuita
senza regola (ma la regola è
ormai divenuta profonda quanto lo è
il web). Perciò l’unica
novità veramente degna di poter
essere scoperta è nel rendere
utile e provocante ciò che abbiamo
ossia nell’elaborare ancor più
un materiale che non è più
nostro ma è indistintamente universale.
Bisognerà allora cercare delle
posizioni ferme ed immutate che hanno
portato a sedimentare i nostri impulsi
e le nostre paure (insieme d’altronde
al nostro produrre quotidiano).
Cosa manca oggi e cosa può
significare il limite oggi? La mia risposta
è la radice o l’arkè,
il principio o i principi che nel tempo
hanno unito le speranze e le scoperte,
la fisica e la metafisica, portandole
certo a sviluppi inattesi e inconcludenti,
ma sempre in virtù di un altro
limite ossia sempre pretendendo una
“fine” o un fine della ragione
contro il suo regresso all’infinito.
Possiamo così attuare una vera
rivoluzione, una vera novità
sulla base non di una libertà
di tutti ma della libertà dei
principi che governano il tutto. La
musica non ha un regime e non viene
trattata come una forma distinta e regolata
(come l’arte, è ormai simbolo
della completa naturalizzazione della
regola nella produzione: chi produce
e fa è la regola non il contrario).
Bene, allora sarà proprio il
contrario, sarà proprio la regola
che andremo a ricercare per schierarci
nella nostra libertà di limitare
il suono e nel servire la nostra natura
musicale che ha dei padri e dei semi
intrinseci ed oscuri: i nostri limiti
dell’ascoltare e dell’osservare.
Radunare alcuni principi filosofici,
storicizzarli ed alienarli, renderli
senza tempo e incarnarli nella nostra
ricerca di un fine e di un nuovo limite
sarà il compito della sonorità
nuova dell’ “arkè”,
il compito di un’arte che è
arte della vita e della morale, del
comportamento e dello studio, dell’analisi
e della nostra lentezza che dovrebbe
giovarci ed elevarci. Una volta trovato
il messaggio di una nuova sonorità
bisognerà ricercare un materiale
su cui lavorare. Tali elementi saranno
prodotti a partire dai mezzi che l’uomo
fino ad ora ha sperimentato e continua
ha sperimentare, sarà la stessa
tecnologia a servire non l’illimitato
ma il pensiero ragionevole e comunque
sempre istintivo e finito: noi non siamo
degli dei né degli idoli ma elementi
sensibili ed evidentemente raggiungibili
con le uniche nostre forze. Avremo allora
due forze da mostrare: la tecnica e
la teoria delle nostre conoscenze ossia
la tecnologia e la sapienza. Il miscuglio
e la contaminazione che ci prefiggiamo
è quella tra il digitale e il
mentale, tra gli strumenti codificati
e quelli artefatti: computer, strumenti
umani e mente umana. Non c’è
suono umano senza uno scopo o una chiarificazione
oscura della mente: tutto il resto non
ci è solo impossibilitato ma
ci è negato dalla stessa nostra
assidua brama di ricerca e di codifica.
L’arkè è il principio
della nostra stessa conoscenza: vario,
primo, limitato e sempre riconoscibile.
Davide
De Caprio: acoustic and electric bass,
keys and computer
Riccardo
Spreghini: percussion, trumpet, vocal
and loops
Live 29
aprile at Associazione Musicale Alchimie,
Albano Laziale via Cardinale Altieri,5
x prenotazioni
3397361970\3381310235
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Standards jazz, senza
voler rappresentare il jazz o ricrearlo.
Il nostro impegno è il solo gusto
di interpetare una musica tanto suonata
e composta in tempi troppo lontani dal
poterla definire nostra. Ciò che
è nostro è il solo piacere
e la gratitudine verso un mood che non
può essere dimenticato o destrutturato.
Davide
De Caprio: acoustic bass and piano
Sasha
Di Donato: acoustic and electric
guitar |
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Il
primo progetto che ho intrapreso impegnando
molta energia ed entusiasmo è stato
lo Zac in Progress. La differenza o la
peculiarità del progetto è
non solo la voglia di progredire e di
mutare sempre l’arte o quello che
ne rimane ad ogni spettacolo, ma anche
di dare importanza oltre alla produzione
dell’arte anche a quella umana e
di farle avanzare “in progress”
ad ogni occasione. In un momento in cui
si suole intendere la musica e ogni creazione
come uniche e multidimensionali è
importante mescolare anche il materiale
umano e la solidarietà che spesso
nel “lavoro” del musicista
viene a mancare (anche e soprattutto perché
manca l’altro fine che è
quello del produrre un certo tipo di musica
che sentiamo nostro). Partita infatti
l’idea dal batterista Ezio Zaccagnini
ecco che pian piano ha subìto ampliamenti
rimozioni e cambiamenti di programma inattesi,
elementi che rendono il progetto, ormai
divenuto un vero e proprio“baraccone”
da portare in scena, legato indissolubilmente
ad una idea originaria ma suscettibile
di ogni nuova proiezione che su di essa
si vuole fare. Come secondo membro subentrai
io al basso elettrico e al piano. Cominciammo
con Ezio la scelta del repertorio aspettando
naturalmente la venuta di un terzo elemento
fondamentale per l’iniziazione della
macchina in progress. La mia presenza
non è solo strumentale e come quella
di ognuno è funzionale affinché
ogni elemento dell’idea venga servito
nel migliore dei modi. Comporre,suonare
più strumenti, proporre ed investire
un ruolo e in un ruolo sono le caratteristiche
di una figura che tentiamo sempre di rappresentare
nelle nostre uscite; e naturalmente il
rischio è l’investimento
che più si addice ad un progetto
del genere, il quale non ha paura di dire
e di fare quello che sente doveroso comunicare.
Effettivamente però lo spettacolo
di tale idea ha bisogno di un custode
e allo stesso tempo di un simbolo che
rivesta il ruolo dell’idea stessa.
E’ chiaro che questo si materializza
nel suo creatore, in Ezio Zaccagnini,
ZAC che conduce il progress e che appunto
sfida sé e gli altri metaforicamente
per servire la sua natura al di là
del significato della musica. Non è
un caso che in molte occasioni si è
presa in giro proprio la figura dell’artista
artistoide e del musicista in sé
(che sia batterista o non) e del suo lavoro.
L’arte è un modo per sfuggire
dalla visione troppo razionale delle cose,
è il modo per superare i dogmi
e le regole, e l’artista è
l’espressione del tentare di non
servire questo mondo per quello che è
ma per quello che lui verrebbe che fosse. |
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Ma
è chiaro che le leggi devono governare
ogni processo e la fantasia è destinata
alla clausura; tranne per il fatto che
l’arte è l’unica a
scagionarsi e a superare sé stessa
derivando dalla fantasia una realtà
che illude e provoca sensazioni tra tutti
noi, sensazioni che prova l’artista
che evade nello spettacolo la ragione.
Un significato del genere potrebbe aver
incluso delle ipotesi arbitrarie e lontane
dall’idea in progress, ma credo
che in modo quasi inconscio tale interpretazione
sia stata già data dallo stesso
creatore quando intese l’idea e
il suo personale coinvolgimento in essa
come una seduta psichiatrica nella quale
esporre in modo ignoto e senza connessione
apparente tutto il bagaglio musicale di
una vita. Perciò mi sono rifatto
per tale interpretazione anch’io
allo stesso Freud e alla sua psicanalisi
dell’arte. |
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| La
musica e la scena musicale |
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Ho
già accennato prima al senso della
musica nello Zac in progress, ma ciò
abbisogna di ulteriori spiegazioni. Partendo
da un materiale prettamente di stile anni
70-80 si è pian piano formata una
certa mescolanza di estetiche e di stili,
in cui primeggiano i suoni e le atmosfere
di Zawinul, i tributi a Jaco, i suoni
e lo sviluppo armonico di Hancock e tutta
la produzione post-Davis. Ma oltre al
suono prettamente strumentale e percussivo
si è data molta importanza alla
voce, anche per la sua origine ancestrale
e divina di suono di contatto e di preghiera
oltre che di comunicazione diretta. Perciò
abbiamo attinto da Peter Gabriel e dai
Blue Nile nonché dall’uso
primitivo stesso della parola e del canto,
proprio in virtù della comunione
tra il culto e il suo rito aggressivo
e intraducibile e l’atmosfera di
sogno e di grazia che sembrano derivare
entrambi da una interpretazione univoca
del rapporto con il divino. La musica
rappresenta per questo progetto il 50%
ovvero l’uso di una sola componente
artistica come veicolo dell’idea
identifica metà della rappresentazione
che si svolge. C’è dell’altro
e deriva dal voler intendere oggi e già
da molto tempo la musica come all’interno
di più processi e cioè nella
sua dimensione multimediale, avendo ormai
esaurito la sua produzione singolare.
Perciò l’arte avrà
un valore nuovo tale da permettere sperimentazione
pressoché nuova solo se presa completamente
e attraverso l’utilizzo di alcune
sue componenti. Musica,Danza,Poesia,Immagini
e Teatro sono il blocco che cerchiamo
di trasmettere. Il risultato finale,è
doveroso dirlo,non è ancora ultimato
e forse non lo sarà mai data la
natura in progress, ma forse sarà
intuita da noi e da voi vedendo ogni rappresentazione
e traendo da queste se una tale idea possa
veramente trovare un suo completamento
o abbia bisogno sempre di ripetersi e
di debuttare il suo ritorno. Alcuni passi
però sono stati fatti verso questa
dimensione, soprattutto con la cura che
viene data all’uso delle luci e
della fotografia scenica nonché
alla sceneggiatura dell’intero spettacolo;
la razionalità con cui i tempi
e le atmosfere si susseguono potrebbe
contrastare con il pensiero della fantasia
che evade da tutte le leggi,ma è
chiaro che la realizzazione di un effetto
non sarà e potrà mai essere
basata su una improvvisazione o su una
negligenza del dettaglio. E’ così
che il materiale che viene prodotto sarà
sempre riutilizzato per renderlo sempre
più rigoroso e meno impreciso,
quasi a ricordarci che il desiderio di
ottenere un successo fantastico non dipenda
dal solo creare ma dall’architettare
un certo creare affinché ci si
possa all’interno divertire ed esternare
ogni deviazione. La sperimentazione è
stata così rivolta in primis al
movimento che genera ritmo e modella le
visioni, la danza di Paola Peloso che
accompagna l’inizio e l’origine
dando così un volto meno noto,
ma tuttavia appartenente alla generazione
di ogni rappresentazione dell’arte
e della natura, allo spettacolo che non
vuole chiamarsi in nessun modo concerto,
almeno nell’accezione più
ovvia che le è stata conferita
nella musica. L’utilizzo della luce,
insieme alla cura per il suono e per la
riuscita di compromesso di una densità
e fluidità permanenti, sarà
l’inizio per l’entrata delle
immagini e del loro movimento in scena;
questo è stato già provato
in una situazione più ridotta ma
rivolta allo stesso senso e agli stessi
motivi, nel commento musicale fatto da
me e Ezio per il film “Gli ultimi
giorni di Pompei” di Rodolfi in
festival di music and movies in Sardegna.
Per concludere su questi particolari voglio
solo avvertire che non si crea nulla di
nuovo o meglio non si crea affatto ma
si vuole solo produrre la creazione o
le produzioni che il materiale di ogni
arte sprigiona se stimolate dalla nostra
veemenza e dal nostro rischio di vederle
nell’illusione sempre nuove. |
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| Le
formazioni e i concerti |
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Le formazioni che si sono susseguite
hanno sempre per base un trio o un duo
con la presenza di cantanti principali
e special guest:inoltre gli spettacoli
sono avvenuti sotto la produzione di
Alfredo Saitto direttore artistico del
Classico Village.Un primo combo e il
primo concerto in progress vedeva me
al basso and key, Ezio alla batteria,
Gaia Possenti al piano and key, Zappis
e Stefania Stefanini vox e come special
guest il senegalese Badarà Sek,
avvenuto l’11 febbraio 2005.
Un secondo combo ha visto invece me
alle tastiere, basso el programmazione
elettronica, Ezio alla batteria e percussioni
e una serie di special guest (in sostanza
il combo era di due persone, e in alcuni
pezzi eravamo solo in due come strumenti):
Zappis, Alessandro Sammarini, Lady Carlotta
e Badarà Sek alla voce e Bob
Masala al basso, Paola Peloso come danzatrice
e Nicola Tallino alle luci. Il concerto
è avvenuto il 5 maggio 2005.
L’ultimo combo vedeva e vedrà
nei successivi spettacoli me alle tastiere,
basso e computer, Ezio batteria e percussioni,Bob
Masala basso, Zappis e Stefania Stefanini
vox, Paola Peloso danzatrice; come special
guest:Badarà Sek vox e Pino Iodice
piano and key. Il concerto è
avvenuto il 16 giugno 2005.
Il prossimo concerto avverrà
il 18 settembre 2005 per la chiusura
della programmazione estiva del Classico
Villane. La formazione è ancora
in progress ma rimane certo il combo
del trio con Zappis e Stefanini vox.
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Gli
ulteriori sviluppi saranno aggiornati
nelle news nella pagina principale e comunque
per ulteriori chiarificazioni vi consiglio
di visitare il sito di Ezio Zaccagnini:
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| In
un concerto del cantautore Fabrizio Emigli
è nata l’idea tra il chitarrista
Angelo Anastasio, Ezio Zaccagnini e me di
creare un trio che ripercorresse un po’
tutti gli stili e tutti i chitarristi del
mondo e di ogni genere: Benson, Pass, Santana,
Handrix, Pink Floid, Eric Clapton, Lukater,
etc. Il nome dylaniano del gruppo è
stato creato da una idea di Alfredo Saitto,nel
cui locale abbiamo debuttato il 13 Maggio
2005 |
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Angelo
Anastasio:acoustic and electric gtr
Ezio
Zaccagnini:drum
Davide
De Caprio:bass and key |
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Sempre a Roma ho cominciato
a gennaio la collaborazione ormai permanente
con il quartetto acustico Lost Property,
gruppo di cover abbastanza vario ma
soprattutto molto soft e con atmosfere
sottili e gustose. Ecco un elenco di
gruppi da cui attingiamo: David Bowie,
Bob Marley, Radiohead, R.E.M, Bob Dylan,
Duran Duran, The police, Foo Fighters,
Jeff Bucley, XTC, Prince e molti altri.
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Ecco
la formazione dei Lost Property:
Sasha
Di Donato guitar,back vocals
Davide
De Caprio bass,stand-up bass
Giovanni
D’Eliso vocals,back vocals
Leonardo
Anitori drums,percussions,back vocals |
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Nell’ambito dell’associazione
Pensagramma (vedi)
è nato un gruppo di insegnanti
i quali,oltre alle lezioni individuali
e nelle master class, hanno formato
un quartetto strumentale e non, proponendo
un repertorio molto ampio e senza discriminazione
alcuna. L’elemento portante è
il buon gusto, la raffinatezza e il
limite cui la musica è implicitamente
legata. Questo ensemble sarà
impegnato da settembre 2005 come sezione
ritmica di Franco Califano.
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Riccardo
Sprek:percussion,vox and trumpet
Antonello
Mazzeo:drum
Davide
De Caprio:bass,acoustic bass and
piano
Roberto
Donadi:acoustic and electric gtr
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Evandro
Gabrieli trio
Un progetto originale e
privato, basato originariamente su un
duo ma poi ampliato con l’aggiunta
del basso acustico. Un cantautore, Gabrieli,
che riesce a creare con i suoi testi una
storia continua fatta di toni semplici
e morbidi, in una intimità che
sembra appartenere ad ogni nostra esperienza.
Evandro
Gabrieli: voce e chitarra
Mauro
Campus: chitarra
Davide
De Caprio: acoustic bass |
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